Guerra in Ucraina e clima: alcune considerazioni del Tavolo per il Clima di Luino

La guerra è sempre sbagliata e lo è ancor di più quando rischia di farci fare grandi passi indietro nella lotta al cambiamento climatico. Questo è quello che sta avvenendo con la guerra in Ucraina ove, oltre all’inconcepibile massacro di civili ed alla distruzione delle città, si hanno conseguenze inimmaginabili sulle questioni climatiche soprattutto oggigiorno che ci troviamo già in una situazione di non ritorno per quanto riguarda il clima.

L’impatto ambientale delle guerre inizia molto prima che vengano lanciati gli effettivi attacchi con bombe e missili. Costruire e sostenere forze militari consuma infatti quantità enormi di risorse: da acqua a idrocarburi, dai metalli comuni a terre rare, come ittrio e terbio utilizzati per le armi nei veicoli da combattimento. Veicoli militari, aerei, navi e infrastrutture per addestramento richiedono poi energia, e il più delle volte l’energia è data dal petrolio e l’efficienza energetica è molto bassa.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), un’organizzazione che mira a educare il pubblico sulle conseguenze ambientali e umanitarie delle forze armate, i militari fanno un uso massiccio di carburante per produrre l’energia utilizzata nelle basi militari, per alimentare le attrezzature militari e le navi da guerra.

Per rendere meglio l’idea di quante risorse vengono effettivamente usate dalle forze armate, possiamo dire che le emissioni di CO2 dei più grandi eserciti sono maggiori di quelle di molti paesi del mondo messi insieme. Una ricerca degli scienziati della Durham University e della Lancaster University mostra che l’esercito americano è uno dei maggiori inquinatori climatici della storia. Se infatti le forze armate statunitensi fossero un paese, si collocherebbero tra Perù e Portogallo nella classifica globale degli acquisti di carburante.

Come se non bastasse, le emissioni di CO2 dei militari non sono incluse nei totali delle emissioni nazionali degli Stati Uniti, per via in gran parte delle pressioni proprio del governo americano durante la negoziazione del Protocollo di Kyoto del 1992. Tuttavia, com’è ovvio, anche questi gas serra sono direttamente collegati ai cambiamenti climatici e alla minaccia del surriscaldamento globale.

Ma non è tutto: le armi e il materiale militare utilizzati durante i conflitti lasciano anche una sorta di eredità ambientale. Ancora oggi, dopo più di mezzo secolo dalla seconda guerra mondiale, mine antiuomo, munizioni a grappolo e altri residuati bellici esplosivi possono essere trovati in alcune parti d’Europa.

Le guerre creano anche grandi problemi quando vi sono forti dipendenze da fonti di energia. I recenti drammatici eventi della guerra in Ucraina, uniti alla crisi dei prezzi del gas esplosa nella seconda metà del 2021, hanno riacceso i riflettori sui rischi connessi alla dipendenza energetica dell’Europa dall’estero e in particolare dalla Russia che, per l’Italia, è il primo Paese per import di gas: nel 2020 il 43,3 % del gas naturale importato dall’Italia proveniva infatti dalla Russia.

Tutto questo sta portando a riaprire le centrali a carbone che tanto inquinamento hanno determinato negli scorsi anni o pensare di autorizzare nuove perforazioni per estrarre combustibili fossili o ancora ripensare all’energia nucleare come soluzione per risolvere i problemi energetici. In sostanza ci si allontana dalla riduzione delle emissioni di CO2, causa prima dei cambiamenti climatici che a loro volta generano eventi climatici estremi, siccità, povertà, lotta per le risorse ed aumento delle tensioni sociali.

Il cambiamento climatico è sicuramente un moltiplicatore di minacce tra Stati ed il riscaldamento globale contribuirà a esacerbare emergenze economiche, sociali, politiche, di sicurezza e sanitarie, con ricadute negative soprattutto sui più poveri della popolazione globale: all’aumento della vulnerabilità climatica complessiva, corrisponderà un aumento dei processi migratori già in atto, con particolare rischio per le aree costiere, dove vive il 20% della popolazione.

Negli ultimi anni sempre più esperti hanno ipotizzato e dimostrato il collegamento tra i cambiamenti climatici e l’aumento degli scontri armati. Le stime valutano che fino al 20% dei conflitti è influenzato dalla variabilità del clima nel corso dell’ultimo secolo.

Secondo un recente studio pubblicato su Nature, se la temperatura media del nostro pianeta aumenterà di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, come stabilito con l’Accordo di Parigi sul clima, il rischio di conflitti potrà aumentare fino al 13% rispetto all’andamento storico. La situazione si farà ancora più preoccupante se non riusciremo a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra: se la temperatura raggiungerà i +4°C, la probabilità che si verifichino sempre più conflitti o che le guerre siano più violente e distruttive aumenterà del 26%.

Possiamo quindi concludere che l’unica guerra, se così la possiamo chiamare, che l’uomo dovrebbe sostenere è quella contro i cambiamenti climatici a cui lui stesso ha dato vita.

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