I fast-food sono compatibili con la lotta al cambiamento climatico? Riflessioni su alimentazione, salute umana e salute del Pianeta

(Di Alessandro Perego, Laboratorio Comunicazione)

PARTE 1

Qual è il bene più prezioso che abbiamo? La risposta a questa domanda è quasi sempre la stessa: la salute. In effetti la salute, e più in generale il soggettivo sentirsi bene, rappresentano una condizione necessaria per il godimento pieno di tutti gli altri beni che la vita ci offre. 

Nel pensare alla risposta, ognuno di noi è istintivamente portato a pensare alla propria, di salute. Eppure la salute del grande malato dei nostri tempi, il Pianeta, ha un impatto decisivo su quella di noi esseri umani. Quanto è importante, per il nostro stare bene, la salute del Pianeta? Che legame c’è tra l’equilibrio psico-fisico di noi esseri umani e l’equilibrio del sistema Terra, oggi perturbato in modo quasi irreversibile dai gas serra di origine antropica? Questo articolo, senza pretesa di originalità, riporta qualche dato scientifico e qualche considerazione. Gli obiettivi sono due:

  1. sottolineare come l’alimentazione rappresenti uno dei punti di contatto più forti tra la nostra salute e la salute del sistema Terra. In altri termini, l’alimentazione ideale per il benessere psico-fisico dell’uomo coincide con l’alimentazione ideale per il contenimento delle emissioni di CO2 e dunque per la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico sul Pianeta;
  2. riflettere sull’impatto climatico delle cattive abitudini alimentari e in particolare dei cosiddetti fast-food, indicando nel contempo possibili buone pratiche per i consumatori e per i gestori di tali esercizi che possano aiutare a ridurre le emissioni di CO2.

A fronte di una popolazione affamata che cresce sempre di più su scala mondiale soprattutto in Asia e in Africa[1], in occidente sono sempre più diffuse le malattie causate da un eccesso di alimentazione e in particolare le malattie metaboliche. Obesità, ipertensione, diabete a volte hanno origini genetiche, ma in altri casi sono correlate a stili di vita scorretti, incluse le cattive abitudini alimentari. Diamo qualche dato: in Europa le persone in sovrappeso o obese, secondo un report delle Nazioni Unite[2], sono quasi il 60% della popolazione; i numeri relativi alla popolazione italiana sono sovrapponibili. Il dato più impressionante per il nostro Paese, tuttavia, è rappresentato dalla percentuale di bambini in sovrappeso o obesi tra i 5 e i 9 anni: secondo la stessa fonte, siamo di gran lunga i peggiori d’Europa, con una percentuale di sovrappeso che supera il 40% e di obesità che si attesta intorno al 15% in questa fascia di età.

Quale alimentazione favorisce l’emergere di malattie metaboliche? Secondo Franco Berrino, medico, epidemiologo e già Direttore del Dipartimento di medicina predittiva dell’Istituto dei tumori di Milano, l’eccesso di proteine (e in particolare l’eccesso di carne rossa e le carni conservate), le bevande zuccherate, le farine bianche e in generale i cibi processati industrialmente sono la principale causa della cosiddetta sindrome metabolica[3], che predispone a sviluppare malattie gravi quali problemi cardiovascolari, ictus e tumori.  Per restare in salute occorre consumare carne rossa in modo occasionale, ridurre l’introito di proteine animali e cibarsi prevalentemente di cibi vegetali integrali: cereali, legumi, frutta e verdura, frutta secca. Gli alimenti di provenienza animale andrebbero consumati più di rado, ad eccezione del pesce (preferibilmente il pesce azzurro, più sano e sostenibile). A questo proposito vale la pena osservare che il Codice europeo contro il cancro dell’OMS[4], un elenco di 12 indicazioni utili a ridurre la probabilità di sviluppare tumori, al punto 5 afferma: “limita i cibi ad elevato contenuto calorico (alimenti ricchi di zuccheri e grassi) ed evita le bevande zuccherate. Evita le carni conservate; limita il consumo di carni rosse ed alimenti ad alto contenuto di sale”.

Berrino definisce un’alimentazione che segue questi precetti il “cibo dell’uomo”[5]: cereali integrali, legumi, frutta e verdura costituivano la base dell’alimentazione di tutte le civiltà umane almeno fino alla rivoluzione industriale e, se disponibili in modo vario ed assunti in modo equilibrato (cosa che, naturalmente, non sempre poteva avvenire in passato a tutti i livelli sociali e in tutte le comunità) sono ciò che mantiene l’uomo in salute. Ma il cibo dell’uomo è compatibile con la salute del Pianeta?

PARTE 2

Anzitutto, una considerazione generale: quando si parla di emissioni in genere si pensa al gas usato per scaldarsi, alle grandi industrie o ai trasporti. Una ricerca pubblicata su Nature[1] e citata anche dall’UN[2] ha stimato, tuttavia, che circa un terzo delle emissioni di gas serra nel mondo siano connesse al settore dell’alimentazione (dalla produzione alla distribuzione). La maggior parte di queste, circa il 71%, provengono dall’agricoltura e dal cambiamento d’uso dei suoli (inclusa la deforestazione). Nel mondo, circa tre quarti dei terreni agricoli sono utilizzati per nutrire gli animali da allevamento.

Se l’impatto del settore alimentare è così grande, è necessario chiedersi quale alimentazione sia più sostenibile per il Pianeta. Anche in questo caso, partiamo dai numeri. Tra il 14.5% e il 16.5% delle emissioni mondiali provengono dall’agricoltura utilizzata per il sostentamento animale.[3] Gli allevamenti richiedono grandi disponibilità di spazi che spesso sono ottenuti attraverso la deforestazione, la quale libera immense quantità di CO2 e riduce la capacità di assorbimento di carbonio delle foreste, come afferma l’UN nell’articolo Food and Climate Change: healthy diets for a healthier planet[4].

Questi dati ancora non ci dicono molto: se la carne fosse significativamente più nutriente del cibo vegetale, potrebbe comunque essere conveniente, anche dal punto di vista del bilancio del carbonio, per sfamare un’umanità in costante crescita. Ma è la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite a smentire questa tesi: nell’articolo citato, si legge che “il cibo vegetale, come frutta e verdura, cereali integrali, legumi, piselli, lenticchie, frutta secca, generalmente usano meno energia, acqua e terra, e hanno un minore impatto in termini di emissioni di gas serra rispetto ai cibi di provenienza animale” (traduzione mia). L’articolo prosegue con una serie di dati interessantissimi: un chilogrammo di carne di manzo produce 70.6 kg di CO2; un chilogrammo di carne di maiale ne produce 12.3 kg, un chilogrammo di legumi 2 kg, di pasta 1.6 kg, di frutta e verdura meno di 1 kg. Ancora più interessante, a parità di proteine contenute (una delle ragioni per cui, a livello di senso comune, si ritiene fondamentale il cibo animale) 100 g di proteine da manzo richiedono più di 35 volte le emissioni necessarie per 100 g di proteine da legumi. Dati simili emergono nel confronto degli alimenti a parità di calorie contenute: il manzo risulta essere 50 volte più dispendioso dei legumi in termini di emissioni e 25 volte più dannoso dei cereali e del riso. La morale è dunque evidente: il cibo dell’uomo, il cibo che ci mantiene in salute, coincide esattamente con il tipo di produzione alimentare che mantiene in salute il Pianeta!

A fronte di queste considerazioni, rimane da rispondere alla seconda domanda che ci eravamo posti all’inizio del nostro articolo: i ristoranti fast-food come McDonald’s sono compatibili con un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista del raggiungimento dei target climatici? La questione è complessa e ora proveremo ad analizzarla.

PARTE 3

Veniamo dunque alla seconda questione: i fast-food sono compatibili con la salute umana e del Pianeta? La domanda, posta in questi termini è troppo vaga. Cerchiamo quindi di essere più specifici. L’offerta di punta delle catene di fast-food più diffuse, McDonald’s e Burger King, è costituita da panini a base di carne bovina, come abbiamo visto di gran lunga la più inquinante in termini di emissioni; inoltre, come è noto, ci sono forti criticità dal punto di vista nutrizionale, almeno per quanto riguarda il menù tipico offerto da queste catene: panino, patatine e bibita. Un “Big Mac menù” composto da panino, patatine medie e coca-cola apporta circa 1000 kcal, circa il 50% della quantità di grassi saturi e di sale raccomandata in un giorno per un adulto medio e una grande quantità di zuccheri semplici provenienti da bevande zuccherate, senza significativi apporti di verdura e frutta: esattamente il tipo di alimentazione che l’OMS suggerisce di evitare[1]. Come se la cava un Big Mac menù in termini di emissioni? Il solo panino è responsabile di 2.35 kg di emissioni di CO2, secondo un calcolo del The Mirror[2], che ha utilizzato il calcolatore reso disponibile dal sito Plate up for the Planet[3]. Per fare un confronto, secondo lo stesso calcolatore un piatto di pasta al pomodoro e una porzione di legumi richiedono la generazione di circa 0.4 kg di CO2; ancora, una porzione di salmone da 200 g richiede l’emissione di circa 0.5 kg di CO2. La maggior parte della CO2 necessaria per produrre il Big Mac deriva, naturalmente, dalla carne. Ne consegue che il modello produttivo e di consumo che è attualmente alla base della ristorazione offerta da queste catene non può definirsi sostenibile né sotto il profilo nutrizionale né, tantomeno, dal punto di vista delle emissioni climalteranti.

Per ridurre le emissioni in modo significativo dobbiamo modificare i nostri consumi, orientandoci verso produzioni alimentari meno impattanti sul clima, riducendo in modo drastico il consumo di carne, in particolare bovina. E’ vero che McDonald’s ha ultimamente fatto molti sforzi e ha promesso ulteriori progressi in termini di riduzione delle emissioni dovute alla catena produttiva dei suoi prodotti e ad un aumento dell’utilizzo delle fonti rinnovabili per alimentare i propri ristoranti, ma è il modello di business in sé, il modello burger-centrico, ad essere, a detta di molti e anche dal nostro punto di vista, essenzialmente incompatibile con la lotta al cambiamento climatico[4].

Come Tavolo per Clima riteniamo dunque che le catene di fast-food che oggi basano il proprio business sulla carne, se vogliono risultare credibili nel dichiararsi interessate a risolvere il problema del cambiamento climatico, dovrebbero:

  1. Ripensare il modello burger-centrico, investendo su soluzioni alternative anche vegetariane e vegane che riducano l’impatto sul clima;
  2. Valutare, ove possibile, offerte che privilegino i prodotti locali e non provenienti da allevamenti intensivi;
  3. Indicare l’impronta carbonica dei propri prodotti sulle confezioni, esattamente come ora viene indicato il profilo nutrizionale: è bene che il consumatore conosca non solo l’impatto di un alimento sulla propria salute, ma anche l’impatto che la sua scelta ha sul Pianeta;
  4. Contribuire alla transizione energetica alimentando con energia 100% rinnovabile i propri ristoranti e offrendo, ove possibile, colonnine di ricarica per le auto elettriche dei clienti.
  5. Puntare non solo sul riciclo, ma soprattutto sulla riduzione degli sprechi e sul riuso dei materiali, ad esempio le stoviglie. La ben nota regola delle tre R (Riduci, Riusa, Ricicla) è ordinata non in modo casuale, ma secondo l’importanza delle buone pratiche per ridurre l’impatto sull’ambiente delle nostre azioni. Il miglior rifiuto, è bene ricordarlo, è sempre quello non prodotto.

Per quanto riguarda la tutela dei consumatori, rileviamo una sostanziale carenza informativa rispetto all’impatto sulla salute e sul clima della carne, in particolare della carne di manzo. Da questo punto di vista, sono gli enti locali e statali, i Comuni, le Regioni e in particolare il Ministero della Salute e il Ministero dell’Ambiente, che dovrebbero intensificare le campagne informative, spiegando alla popolazione quanto sia importante, se vogliamo davvero raggiungere gli obiettivi fissati dall’accordo di Parigi, essere consapevoli dell’impatto delle proprie scelte alimentari. Non c’è alcuna volontà di suscitare allarmismi: mangiare occasionalmente un Big Mac non ci farà male e non decreterà la fine del genere umano. Le nostre abitudini invece, ciò che quotidianamente acquistiamo, facciamo, mangiamo, sono ciò che determinerà la sopravvivenza o meno di un modello produttivo che allo stato attuale sembra destinato a portarci verso la catastrofe climatica.

NOTE PARTE 3


[1] Dati pubblici reperibili direttamente dal sito della catena McDonald’s.

[2] https://www.mirror.co.uk/news/uk-news/revealed-beloved-mcdonalds-items-worst-25277394?_ga=2.5999987.1923487826.1635846267-1802308819.1632916401

[3] https://assets.plateupfortheplanet.org/carbon-calculator/

[4] https://thecounter.org/mcdonalds-greenhouse-gas-emissions-reduction-pledge-beef/

NOTE PARTE 2


[1] https://www.nature.com/articles/s43016-021-00225-9/

[2] https://www.un.org/en/climatechange/science/climate-issues/food

[3] https://www.mdpi.com/2071-1050/13/11/6276

[4] https://www.un.org/en/climatechange/science/climate-issues/food

NOTE PARTE 1


[1] The state of food security and nutrition in the world 2022, report annuale di FAO, WHO, UNICEF e altre organizzazioni.

[2] WHO european regional obesity 2022.

[3] Intervista reperibile qui: https://medicioggi.it/aree-terapeutiche/endo-diabete/endocrinologia/dieta-e-sindrome-metabolica-intervista-a-franco-berrino/

[4] https://cancer-code-europe.iarc.fr/index.php/it/

[5] https://www.istitutotumori.mi.it/documents/848032/1135505/Spunti_per_una_varieta_di_cereali_e_legumi_D5.pdf/74146835-ab2d-4ee8-a864-637de44996f2

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